Non posso, certo, in poche parole rievocare tempi e momenti della vita di Franco Feder, che, anche se breve, rimane sempre, come del resto la vita di ogni persona nella dimensione del mistero.
Anche oggi il mio dire sarà l'espressione di un saluto che come scouts abbiamo nel cuore, di un grazie al Signore per avercelo fatto conoscere come amico e come Capo, di un grazie a Franco per quello che ci ha lasciato.
La brusca rottura di una vita felice con la sposa e i suoi bambini ci ha sorpreso e sconcertato tutti e forse ci portiamo dentro dei perchè non ancora risolti, che possono urtare questo Dio che ci ha privato di un uomo che poteva ancora dire e dare molto a tutti.
Ma per il Signore quest'uomo doveva essere già pronto. Franco ha vissuto la sua non lunga vita con intensità e passione, ha amato le cose fatte e gli uomini incontrati. Gli anni della malattia non gli tolsero la capacità di insegnare agli altri la gioia di vivere. Non ha calcolato quanto dava di tempo, di energie (anche quando erano poche), di vibratilità interiore, di accoglienza nella sua casa.
Un uomo che sapeva di dover morire (lo sapevano i suoi familiari, i suoi amici) ; ma lucido fino all'ultimo giorno riesce ad intuire i dubbi, i problemi, le necessità di quei giovani e di quei Capi che lo circondano e lo cercano.
Avrebbe voluto tanto affrontare il mondo con entusiasmo e semplicità e vedere che gli uomini sono buoni ...ma sapeva che era illudersi e l'illusione è peggiore della disperazione: nel Calvario di Franco non c'è posto nè per l'una nè per l'altra, ma la certezza sempre più forte di incontrare Cristo in fondo alla strada.
Giornate faticose le sue, soprattutto quelle degli ultimi anni, ma con l'aiuto di Dio riprendeva forza, coraggio e la dolcezza della rassegnazione e sapeva continuare la vita di sempre.
Occasioni di incontro con Franco ne ho avute tante, ma alcune indimenticabili: da persona a persona, di una immediatezza e cordialità estreme. Disponibile all'ascolto, all'incontro alla comprensione, all'esplorazione lucida e profonda della realtà, alla ricostruzione paziente di difficili intese all'interno dello scautismo.
Ero andato il giorno prima della sua morte a visitarlo per discutere di alcune cose; non lo poteva fare. Lo potei vedere per un pò prima che fosse trasportato all'ospedale.
Gli dissi che bisognava fare la volontà di Dio e non la nostra. Rispose di "si".
Il "si" del servo buono e fedele che ha bene testimoniato fino all'ultimo momento con autenticità e coerenza.
Il "si" che sprofondava la sua morte nel mistero della morte di Gesù in obbedienza a Dio e dono totale di sè agli uomini. Era il momento in cui Franco faceva germogliare il seme della sua risurrezione, buttandosi in Dio, fidandosi di Lui; certo che se non avrebbe accolto i suoi desideri, Dio sarebbe rimasto fedele alle sue promesse.
E cosi, senza zaino, sotto il cielo nudo della Promessa di Dio Franco si avviava per l'ultimo percorso all'incontro con Lui.
La morte terrena di Franco Feder non deve rappresentare l'estinzione della sua straordinaria lezione umana, educariva e religiosa.
Se la sua vita ha ormai incontrato, come speriamo, l'amore eterno di Dio senza veli e mediazioni di sorta, la sua testimonianza e la sua proposta possono continuare a vivere nella memoria e nell'azione di tutti coloro che ne riconoscono il valore,
La forza, la semplicità e la freschezza di questa proposta sono raccolte in alcuni spunti di una chiacchierata tenuta il 20 marzo 1983, segno piccolo ma eloquente di una ricchezza di vita che rimarrà.
Non credevamo ad una scomparsa cosi rapida e ci siamo sentiti tutti in colpa per non aver colto e decifrato tutta la varietà di sensi e significati che la sua parola ed il suo esempio hanno lasciato.
Anni e stagioni quelle di Franco in cui è stato difficile vivere e comprenderci; molti giovani scelsero l'utopia senza capacità alcuna di mordere nella realtà, smobilitarono dalla ragione, si rifugiarono nella rissa; il collettivo divenne l'unica dimensione, e poi il riflusso, la cultura dell'immediato, dell'istintuale e quindi decadimento, guasti di ogni genere, disordine.
Questi anni ci hanno provato tutti, hanno provato Franco, ma senza disorientarlo: nella riflessione, nella preghiera, nello studio, nel lavoro, nella sofferenza, negli impegni familiari e associativi ha saputo produrre e farci sentire valori profondi e radicati di umanità, di coesione, di ricucitura di amicizie e rapporti che sembravano per sempre lacerati, di attaccamento alle ragioni della vita, della libertà, dell'uomo come creatura e figlio di Dio nella società e nella Chiesa.
Su queste basi, non su un semplicismo miope o vitalismo adolescenziale Franco ha operato nei nostri gruppi avviando un lavoro di formazione-capi che portasse tutti ad un livello di coscienza, di riflessione, di impegno etico sempre in progressione davanti a Dio e alle famiglie che credono nello scautismo.
Sentiva come uomo e cristiano la responsabilità nell'elaborare una cultura capace di alimentare una convivenza.
Quale antropologia poteva sottendere a questa cultura? Educare! ma secondo quale progetto? per quale uomo?
E Franco, seppure attento a stimoli diversi che provenivano da opposte antropologie puntava diritto alle prime pagine del Genesi.
Non posso dire che fosse un filologo uno che potesse andare a quelle pagine con gli strumenti raffinati della critica letteraria o storica di un esegeta di professione; ma quale passione e gioia nel trovare la propria identità e quale semplicità e lucidità nel proporcela!
Non era ai margini delle questioni disputate, ma al centro della verità e di questa godeva, la gustava e la traduceva nella vita e in offerta di stimoli a quanti accostava.
Troppi sono stati i dissensi quando forse non potevano essere che su alcune modalità che Franco aveva nel perseguire certi obiettivi e troppo tiepidi i consensi nella proposta di certi valori. Perché Franco credeva ai valori; ne avvertiva il richiamo, ne coglieva la forza obbligante in determinazioni storiche concrete.
La sua era la spiritualità di un laico autentico. E qui vengo alla seconda grande lezione che se non è stata scritta, rimane quella da lui vissuta con maggior intensità.
Non ha mai subito neppure per un istante la tentazione dei surrogati di spiritualità, dati in tante forme di clericalizzazione dei laici anche dopo il Vaticano Il.
Essere un fedele ed essere laico era da lui avvertito come un problema di difficile soluzione, ma di grande fecondità e di grande merito: problema che esige sintesi armonica, non parziale o stancamente ripetuta, o facilmente data dalla soppressione di uno dei termini in gioco.
Evitare quindi il pericolo del soprannaturalismo spesso rivestito di clericalismo e il pericolo del naturalismo che sbocca nel laicismo.
Sentiva vivacemente i problemi connessi all'azione del cristiano entro la comunità dei fedeli e i problemi relativi alla promozione umana del laico cristiano entro l'orizzonte comune della città terrena.
Chi non ricorda l'ultimo dei suoi interventi al Consiglio Nazionale? e come posso dimenticare l'umiltà con cui accettava ulteriori precisazioni che venivano offerte?
Cercava la verità e la amava e la difendeva fino al essere teoricamente implacabile.
Ed è nell'orizzonte di questa laicità cristiana che vedo anche la famiglia che Franco ha formato, la sposa e i figli che ha amato secondo una legge di gratuità che avrebbe voluto esportare nel mondo intero.
Grande lezione di vita la sua perché anche noi abbiamo ad amare la vita con freschezza e gioia contenti come lo è stato Franco di quella che Dio ci concede giorno dopo giorno.
Ed ora per Franco noi invochiamo dal Signore non l'eternità, ma la vita eterna nell'Oceano di vita che è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.
don Abramo Dal Colle