Alberto Albertini
Articolo da Strade Aperte - rivista Masci

Quest'anno sono 50 anni dal Terremoto del Friuli, così lo chiamavamo. Era il 1976 in quel maggio ormai famoso, la sera eravamo noi del Clan Scout in pizzeria e tutto ha cominciato a tremare e la Paola che abitava all’ottavo piano ha visto cadere i piatti dal tavolo.
Capita la gravità della cosa, anche se non c'erano come oggi i cellulari, con i miei amici CB (radio-amatori) ci siamo adoperati subito per intervenire come Scout, e così abbiamo organizzato una colonna di auto che partendo da Venezia hanno raggiunto il Friuli-
Venezia Giulia.
Con il mio gruppo di Rover e Capi di Mestre e Venezia ci siamo subito resi conto della gravità del disastro: C’erano interi palazzi piegati come se un gigante li avesse scossi, le strade erano dissestate, ma alla fine arrivammo nel luogo a noi assegnato che era Trasaghis, sotto il monte San Simeone, sulla riva del Tagliamento.
Eravamo accampati in un grande campo dove stavano piantando e tende militari e ci siamo subito dati da fare: servizio di distribuzione pasti e di trasporto di animali morti dalle stalle, animazione con i bimbi, e molto altro.
Premetto che non c'era ancora la PROTEZIONE CIVILE, che nascerà proprio dopo questa esperienza del Friuli-Venezia Giulia. Durante gli incontri serali di coordinamento ci dicono che sarebbe necessario andare in val di Resia perché il ponte sul Resia è inagibile: hanno provato a guadare il tormente ma non ce l'anno fatta. Ovviamente con lo spirito di avventura che ci animava abbiamo subito organizzato di andare noi con il nostro Furgoncino VW T1 del 1964 e alla fine siamo arrivati e siamo riusciti a saline a Gniva, questo paese amministrato dal sindaco che era anche il maestro elementare, ricordo che era cieco ed ha chiesto subito cosa sapessimo fare. Tra di noi c'era una bella rosa di competenze: chi era prossimo alla laurea in medicina, chi faceva ingegneria, chi faceva agraria e allora ci assegnò subito alcuni compiti: dovevamo verificare se l'acqua era potabile, se la stalla con le crepe fosse ancora agibile e metterci a disposizione degli anziani e degli ammalati.
Vi garantisco che per noi è stata una vera e propria avventura e messa alla prova: avviammo subito la distribuzione del cibo e la realizzazione di una cucina da campo, la visita degli ammalati ed il recupero di effetti personali.
Ricordo bene quando la signora, dopo aver recuperato il libretto della pensione dietro un comò, voleva darmi 500 lire per ringraziarmi.
Ci sono episodi che non possiamo dimenticare come Giovanni, quello che beveva come una spugna ma lavorava come un matto ed era sempre pronto: bevo per non pensare, diceva in dialetto.
Il recupero di suppellettili è stato il lavoro più importante: ricordiamo ancora adesso che abbiamo usato il furgone accostandolo alla casa, sul tetto un materasso e Luciano ed io siamo saliti io dentro casa a prendere la roba e lui a scaricare al tetto e Millo a sistemane con le ragazze.
Il reparto medico funzionava e Luciano, studente del 4° anno di medicina, si è adoperato per visitare i malati, tra cui un signore che lamentava grandi dolori addominali: alla fine con un trasmettitore CB abbiamo avvisato i soccorsi e hanno inviato un elicottero e portato in salvo.
Dormivamo in un’aula della scuola messa a disposizione dal sindaco.
Il rapporto è diventato così importante che poi, a settembre, siamo tornati con un furgone carico di maglie di lana di tutte le taglie...
Scrivo solo i nomi, perché è importante conoscere la grande opportunità di servizio che abbiamo avuto: Luciano, Millo, Tommy, Chiara, Cristiana, Paola, Gabriella e tanti altri.
Alberto Albertini
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