Luigi Bombardelli <gigi.bombardelli@gmail.com>
Allegati
10:45 (6 ore fa)
a cerchioscout
Mi hanno dato anche questo indirizzo e non so se è la stessa destinazione di
friuli50.
Su segnalazione di Andrea Padoin volevo spedirvi un riassunto del servizio che
il Clan La Roccia di Arco (TN) ha fatto subito dopo il terremoto in Friuli e la
partecipazione alla ricorrenza del 10° anniversario.
Il materiale potrà esservi utile per documentazione a vostra disposizione o per
essere annotato o pubblicato se serve.
Buona strada.
Luigi Bombardelli
via Caproni Maini, 12
38062 Arco (TN)
335 438533
1976-77 : Gruppo SCOUT AGESCI ARCO 1°
SERVIZIO DEL CLAN “La roccia” PER IL TERREMOTO DEL FRIULI
Anche ad Arco la scossa del 6 maggio 1976 in Friuli si è sentita particolarmente
forte.
Luigi e Claudio si trovavano al terzo piano del teatro Sociale di Trento per
assistere al Festival della Montagna. Li il panico ci fu davvero con un tremore
del loggione che ha fatto fuggire tutti dalle balconate e giù dalle scale mentre
calcinacci e pitture cadevano sulle nostre teste. Dopo mezzora
siamo rientrati ai nostri posti. Già al termine dello spettacolo giravano le
notizie di uno spaventoso terremoto in Friuli.
Da subito come gruppo scout AGESCI di Arco ci siamo adoperati nel far avere
aiuti concreti in denaro, vestiti e cibo, tramite i vari canali che si erano nel
frattempo costituiti.
Alcuni scout frequentavano la scuola ENAIP di Rovereto e la loro scuola stava
fornendo attrezzatura, pannelli in legno ed alunni per costruire dei
prefabbricati e dotarli di impianto elettrico.
Da questo aggancio ci siamo resi disponibili noi il Clan AGESCI di Arco, ragazzi
dai 16 ai 20 anni ad andare in Friuli per fare SERVIZIO; proprio come uno dei
tre cardini del Roverismo di Baden Powell che sono: STRADA, COMUNITA’, SERVIZIO.
Si è trattato di un intervento “necessario e voluto”, fatto in compagnia, con
piacere ed allegria. Si può fare qualcosa di utile in allegria in una situazione
triste? Si, si può fare.
All'epoca avevamo vent'anni, poco più, poco meno. Da giovani si decide in
fretta: bisogna dare una mano, chi non lo farebbe? La solidarietà era un valore
imparato e sentito.
Non eravamo gli unici giovani a pensarla così e certamente non gli unici scout:
la percezione c'era.
L'AGESCI a livello nazionale coordinò l'intervento di più di 7000 scout
volontari.
Il progetto era di montare in loco dei pannelli di legno preformati presso le
scuole ENAIP di
Rovereto per fare delle casette provvisorie per gli sfollati.
Il primo intervento è stato durante le vacanze di Natale 1976
Ricordi di Maria Daniela e Mariarosa
Siamo partiti in gruppo da Arco; noi eravamo due delle più giovani (studentesse
diciottenni, di quinta liceo). Le immagini del terremoto le avevamo viste al
telegiornale ma solo avvicinandoci a Gemona, nel vedere come erano ridotti i
palazzi e le costruzioni della cittadina ci siamo resi conto della gravità della
situazione. Lì è venuto qualcuno a prenderci con un furgone, volontari della
parrocchia credo, che ci hanno portati a destinazione.
Siamo arrivati ad Avasinis, (frazione del Comune di Trasaghis vicino a Gemona in
provincia di Udine). Alloggiavamo in una stanzetta della canonica danneggiata ma
ancora in piedi senza riscaldamento. Di notte il gelo era tale che i vetri
ghiacciavano all'interno mentre per le strade c’era la neve. Avevo un sacco a
pelo estivo, da rabbrividire. Per mia fortuna un ragazzo del clan mi ha ceduto
il suo, modello militare alta montagna. Le scosse di assestamento erano continue
e ogni volta ci si gelava il sangue. Per l'igiene personale utilizzavamo un
minuscolo bagno, dove usciva solo acqua fredda. Le giornate erano divise tra
compiti tecnici e assistenza diretta alle persone. Quando non aiutavamo un amico
a montare le baracche prefabbricate e soprattutto a installare impianti
elettrici, giravamo per il paese per far visita alle famiglie nelle loro
abitazioni di fortuna: aiutavamo
i bambini nell’attività scolastica, le persone che necessitavano di qualsiasi
collaborazione oppure facevamo compagnia agli anziani, ascoltando le loro
necessità in un momento in cui tutto era così precario.
Ci hanno presentato ad una coppia di anziani, marito e moglie che, a causa del
terremoto avevano perso la casa. Per riavere più velocemente un tetto sopra la
testa si erano decisi di comperare, con i risparmi di una vita, una casetta
prefabbricata. La struttura era già stata montata ma mancava l’impianto
elettrico e a questo dovevamo dedicarci noi.
Mi vedo ancora adesso a tirar cavi a vista e a fissarli sulle pareti sotto la
direzione tecnica di Lele che ogni tanto si arrabbiava per la nostra imperizia…
I proprietari seguivano con attesa paziente e gratitudine il nostro darci da
fare. La donna ci chiedeva se avevamo sete e ci offriva dei bicchieri d’acqua.
Tutto quel che poteva offrire. A volte bisognava spostare ancora cumuli di
macerie.
Un momento di forte aggregazione è stato il Capodanno. Tutto il paese si è
ritrovato nel piazzale della chiesa, all'ombra del campanile dove qualcuno di
noi, con l’aiuto del sacrestano aveva riattivato dopo tanti mesi, le campane
della parrocchia. Improvvisamente sono arrivati i Gatti di Vicolo Miracoli
(Umberto Smaila, Jerry Calà e gli altri due), all'epoca non ancora così
famosi a livello nazionale. Si sono messi a cantare le loro canzoni e canti
popolari in mezzo a noi e con noi, improvvisando un concerto per gli abitanti e
i volontari. È stato un momento di unione collettiva, tra le macerie e la
musica, che ha segnato la fine di quell'anno terribile.
Eravamo partiti con una forte motivazione, quella di “portare aiuto” ad altri,
ma per noi ragazzi e ragazze l’esperienza nel Friuli terremotato è stato
soprattutto un’esperienza formativa, un qualcosa che viene fuori nel tempo e che
ha segnato i nostri percorsi individuali.
Ricordi di Carlo.
Una ricerca di ricordi del lontano 1976, 18 anni compiuti da pochi mesi e
nell’animo le sensazioni vissute di recente: “Tredici dicembre 1976. Alle ore 6
24′ 39″ del giorno di Santa Lucia, ad un lugubre boato segue una terribile
scossa di terremoto: Dura circa 4 secondi e colpisce Riva, l’Alto Garda e la
valle di Ledro. Epicentro Monte Baldo. Magnitudo 4,5 scala Richter (6,5 scala
Mercalli)”.
Essere scout responsabilizza e ti porta a sentire con più profondità gli
avvenimenti. Il gruppo si era ritrovato come al solito il sabato, ma questa
volta c’era sul tavolo una proposta di quelle pesanti, le zone terremotate del
Friuli terribilmente provate avevano bisogno di costruire alloggi provvisori per
accogliere i senza tetto. Le scuole Enaip di Rovereto avrebbero fornito dei
prefabbricati e c’era bisogno di aiuto per montarli. Io ero studente
elettrotecnico fresco di studi sugli impianti elettrici e mai messo in pratica
nulla ma a questa richiesta mi ero offerto come elettricista e per il periodo le
vacanze di Natale andavano bene. L’approvazione dei genitori la davo per
scontata e infatti ci hanno anche portato a prendere il treno alla stazione di
Rovereto. Raccolti a casa un po' di attrezzi indispensabili in una borsa trovata
da mio padre, con lo stato d’animo di chi sa di partecipare a qualcosa di
importante sono partito insieme a questo fantastico gruppo di amici. In treno, a
dimostrazione dello stato d’animo, mi ero messo a scrivere una poesia che ho
trovato dispersa nelle cose vecchie:
Corrono i binari in un paesaggio collinare,
entra nell’animo un’ansia per quello che verrà
quello che verrà e che tu aspetti da un po' impaziente.
Una curva dei binari, un sorpasso di una collina.
Una collina che nasconde la verità.
Una collina che nasconde un disastro.
Gemona per te è terminata una storia
per te è iniziata una vita
una vita da zero ma una vita!
Le case che sorgeranno sulle macerie
sentiranno nelle loro radici il tuo ammonimento.
Sentiranno il grido di sofferenza e di amarezza dei tuoi cittadini.
Cittadini che per generazioni non dimenticheranno questi giorni
e non dimenticheranno la fratellanza trovata nella gente
a cui per la prima volta si sono sentiti legati.
La neve cade sulle macerie
cogliamone il messaggio
cancelliamo i ricordi e costruiamone altri.
Rileggendola ora mi aiuta a ritrovare qualche momento di vissuto di quei giorni.
Il parroco era venuto a prenderci alla stazione e lungo il percorso fino alla
canonica ci ha spiegato quello che era successo. Tutto era bianco di neve ma le
macerie si vedevano chiaramente.
La canonica sarebbe stata la nostra base d’appoggio e la sera sono stati fatti i
programmi e le assegnazioni. Io, Antonio e Lele, “esperti” elettricisti saremmo
stati occupati nella realizzazione dell’impianto elettrico di un prefabbricato.
Responsabilizzato al massimo, trascorsi quei giorni a realizzare quello che mai
avrei pensato di poter fare.
I destinatari dell’alloggio ricordo erano molto gentili e riconoscenti, ci
portavano da bere la loro grappa e il caffè su cui decisamente avevo esagerato
facendo finta di essere “uomo”. Ma alla fine l’impianto l’avevamo completato.
La sera venivano a prenderci e poi a piedi andavamo tra le macerie fino a una
baracca in centro destinata a bar per incontrare la gente e sentirne i racconti.
Poi tornavamo per cena in canonica dove ognuno riportava la sua esperienza e si
cantava in compagnia intorno a un tavolo. Terribile è il ricordo delle continue
scosse di assestamento che portavano tutti in allarme. Le ragazze erano
impegnate in attività di assistenza alle persone e da quello che ricordo avevano
il polso di come si sentiva la gente.
L’ultimo dell’anno l’avevamo festeggiato così in una compagnia riunita sotto il
segno della fratellanza e dei valori più profondi.
Finite le vacanze abbiamo ripreso il treno di ritorno con un’esperienza che ci
ha segnati e che ci avrebbe accompagnato. Ognuno raccolto nei suoi pensieri
verso le occupazioni normali di ogni giorno, sperando di non vedere ripetersi
eventi di quella portata.
Erano presenti: Agnini Cristina, Devilos Gabriele, Guarnati Maria Daniela,
Marchi Antonio,
Mutinelli Franco, Parolari Lidia, Rizzonelli Mariarosa, Zanin Carlo,
Per il secondo intervento è stato scelto il periodo delle vacanze di Pasqua
dell’anno 1977 sempre per permettere a tutti di partecipare.
Ricordi di Fausto e Luigi
Alla partenza alcuni con la nuova macchina di Claudio, una “R4 Safari”, con suo
padre che ci dice: ”Me racomando ne pian, e ogni do ore fermarse a far na pisada
e bever en café” e la R5 arancione di Renzo. Grandi risate! Luigi era militare a
Pordenone e ha approfittato della licenza pasquale per raggiungere Gemona in
treno e poi in taxi fino ad Avasinis perché non era ancora attivo il
trasporto pubblico nei paesini più remoti.
E’ stato struggente mentre si proseguiva il viaggio vedere quella distruzione e
quella desolazione. Per noi il simbolo della grande distruzione dovuta alla
negligenza degli umani, è stata la visione di tre condomini di 5 piani e lunghi
60 metri con le solette dei piani accartocciati uno sull’altro come i mattoncini
del lego. Si contrapponeva però la visione di molte persone del luogo e
volontari, intenti a riprendersi la vita quotidiana perduta e a lavorare sodo.
In quel periodo ha piovuto molto rendendo più faticoso l’impegno con fango e
pozzanghere dappertutto. Abbiamo trovato la gente del luogo alloggiata in
roulotte e casette di legno sistemate alla bell'e meglio, qualcuno aveva pure
messo dei fiori alle finestre, ma si vedevano ancora visi tristi ed allarmati.
Ricordiamo bene una vecchietta che indicando un uomo dalla pelle grigia ed il
volto angosciato ci diceva: ”Quello è mio figlio. Ha perso la moglie e una
figlia nel terremoto. Da allora caga sangue tutti i giorni”. Probabilmente una
rettocolite da stress, ma non era questo il problema. Il tempo era inclemente,
faceva freddo e pioveva. Noi eravamo sistemati in un container di legno, e
dormivamo in terra. Quello di dormire in terra col semplice sacco a pelo era
comune nelle nostre imprese. Si, un po' duro, ma basta addormentarsi ed è fatta;
al risveglio un po' di mal di ossa, ma passa subito. A vent'anni è così, solo a
vent'anni, se motivati, si superano agevolmente fatiche e disagi.
Non montammo i nuovi pannelli di legno perché c'erano stati degli errori nella
predisposizione.
Dunque facemmo altro: impianti elettrici con alcuni di noi abilitati, supporto
ai lavoratori specializzati nei diversi cantieri, spostamento di materiale
vario, opere di pittura, distribuzione di vestiario consegnato in grandi
scatoloni...ed altre cose, a seconda delle richieste del momento.
Una cosa a latere, ma non meno indispensabile ed anzi richiesta agli scout
italiani dalla Protezione Civile (istituita proprio in quell’occasione) il saper
intrattenere ragazze e ragazzi con giochi e divertimenti per alleviare la
tensione e lo stress accumulato nelle avversità del momento. Comunque non
stavamo con le mani in mano ed i terremotati ci mostravano simpatia e
gratitudine. Ricordo gli inviti a bere un caffè, un bicchiere, a mangiare
qualcosa (molto apprezzato anche perché il nostro rancio cucinato sui fornelli a
gas non era molto curato...), a fare una chiacchierata soprattutto con gli
anziani.
Certo fu un intervento a bassa efficienza, se lo confrontiamo con la
professionalità oggi raggiunta da reparti speciali della “Protezione Civile”, ma
c'è un aspetto che non deve essere sottovalutato, è quello della solidarietà
fattuale, della presenza sul campo di persone sintoniche e disponibili. La
presenza di una marea di giovani, certo chiassosi, a volte irriverenti, ma
sinceramente solidali, allevia di per sé la solitudine e il dolore. Inoltre la
certezza che, in caso inverso, gli attuali “terremotati” avrebbero fatto la
stessa cosa per noi creava preziosi legami sociali. Nessuna professionalità,
nessuna task force di psicologi è in grado di surrogare queste cose. Oggi che la
solidarietà popolare si esprime più frequentemente con un rapido “SMS” di due
cent delegando ai professionisti l'intervento, questo aspetto è andato perso.
Noi eravamo tutt'altro che tristi o ansiosi. Intanto avevamo l'orgoglio di fare
una cosa giusta. Poi il solo fatto di stare insieme ci dava gioia, non vedevamo
l'ora di essere utili, avevamo un alto spirito di gruppo. Non mancava mai una
chitarra per suonare e cantare e neanche il vino mancava, eravamo pur sempre
scout del nord e qui il vino ci veniva offerto come collante dell’amicizia.
Accanto alla chiesa distrutta era rimasto in piedi un traballante e sottile
campanile. Era ricorrente la sfida di salirci ed era un brivido, specialmente
l'ultimo passaggio alla cella campanaria che era strettissimo e non dava
speranza di fuga rapida. Ma era un obbligo, almeno per i maschi. Eravamo scout,
ma avevamo vent'anni. Siamo ritornati a casa con occhi, testa e cuore, pieni di
visioni, di emozioni, di ricordi che ancor oggi ci fanno compagnia.
Erano presenti: Bombardelli Luigi, Devilos Gabriele, Giuliani Grazia, Guarnati
Maria Daniela,
Mutinelli Franco, Naimor Renzo, Parolari Lidia, Rizzonelli Fausto, Verza
Claudio, Zanin Carlo, Zanoni
Andrea,