Callegari Giovanni - Spresiano
QUANDO LA PROTEZIONE CIVILE ERA DEL POPOLO.
(Ricordi di un diciassettenne in una situazione molto più grande di lui)
Sei maggio millenovecento settantasei, appena dopo le 21. Si muove tutto, la
saponetta sul ripiano della doccia si sposta di qua e di là. Qualcuno in casa
grida “Fuori, è il terremoto” e mi ritrovo in giardino con l’asciugamano alla
cintola. Quando la scossa si ferma la nonna paterna è ancora a metà delle scale
di casa, lenta com’è nei movimenti. Dice subito che ha già provato il terremoto
negli anni trenta. Tutti i vicini sono fuori di casa, mi vesto velocissimo e
prendo la bicicletta per correre in Oratorio: abbiamo fatto diversi incontri con
i pompieri di Treviso ed “essere pronti” è il motto che i capi scout ci hanno
felicemente inculcato, così come l’esortazione ad “essere sempre locomotive, non
vagoni”… che tradotto nella testa di un adolescente suona come “te ne devi
occupare tu”. Senza alcun addestramento o accordo specifico, in oratorio ci
ritroviamo un po’ tutti del nostro gruppetto di adolescenti scout. Don Pietro
Martini, il parroco di allora (ultimo pastore in senso stretto nella storia di
Spresiano, un vero pater familias, prima uomo e poi prete) gira attonito attorno
alla chiesa per vedere se ci sono stati danni e ci dice che è un miracolo che
non sia venuto giù il campanile. Senza che nessuno ci desse ordini ci
coordiniamo e chiamiamo Bepi Ferao, il magazziniere di gruppo, che accorre e ci
apre il magazzino: cominciamo a controllare le tende e a impaccarle per il
probabile trasporto.
Abbiamo capito tutti che è successa una cosa grande e cerchiamo di capire se
altrove la situazione sia più grave. Le voci si rincorrono, si comincia a
parlare di Pordenone, pare che ci siano tanti danni. Non ci sono telefonini, non
c’è internet, le notizie che arrivano passano attraverso le telefonate tra
parenti e si diffondono di bocca in bocca. Sono già passate le 22 e in tre o
quattro corriamo in bicicletta a casa di Edy Masetto che sappiamo essere
radioamatore. In realtà ha solo un baracchino, un semplice CB, ma quello che
ascoltiamo insieme a lui è immediatamente drammatico: “Epicentro a Pordenone!
Epicentro a Pordenone!” sentivamo gridare e poi “ospedale di Udine, evacuato
ospedale di Udine” e poi voci brevi ed agitate “Tanti morti”, “Ci sono vittime”,
“Aiuto! Se ci copiate c’è bisogno di aiuto!”.
I messaggi nel CB sono ripetuti per abitudine di trasmissione, ma a noi
scatenano una valanga di adrenalina e non abbiamo più esitazioni. Rientriamo in
Oratorio, nel frattempo è arrivato il Capogruppo Vanni Toffoletto che è l’unico
adulto a coordinare la traboccante buona volontà di una decina di boyscout già
operativi. Ci dice che non possiamo muoverci per conto nostro, che dobbiamo
aspettare che siano i Capi Scout provinciali a darci indicazioni, che bisogna
sentire anche i Carabinieri. Il bar dell’Oratorio è dotato di telefono fisso e i
gestori ce lo aprono, così Vanni può cercare i Responsabili Provinciali
dell’AGESCI. Gli rispondono che stanno aspettando ordini dal Prefetto e gli
chiedono di restare vicino al telefono, che lo avrebbero richiamato a quello
stesso numero. Vanni ci dice di tirare fuori ogni cosa utile dal magazzino e
dalle casse di squadriglia: valigette di pronto soccorso, attrezzi, tutte le
tende Mottarone e anche le nuovissime Terka, appena acquistate. Nel giro di
mezz’ora il telefono squilla e le richieste sono chiare: trovare attrezzi da
scavo e furgoni per una cinquantina di persone, pronti a partire la mattina
incipiente, alle 5. Noi di Spresiano siamo una decina, gli altri arriveranno dai
gruppi vicini. Vanni non si stacca dal telefono, fa numerose telefonate notturne
agli imprenditori del territorio alla ricerca del necessario. Sono già
ampiamente passate le 24 e comincia una peregrinazione abbastanza coordinata.
Qualcuno bussa alla Casa di Cura a chiedere medicinali, qualcuno imballa le cose
raccolte, qualcuno contatta gli autisti indicati dalle imprese coinvolte dalle
nostre richieste. Personalmente accompagno Vanni ben oltre mezzanotte
direttamente a casa di Bruno Frate, titolare della più grossa impresa del paese.
Quando suoniamo il campanello ci apre lui e ci chiede con la sua tipica mitezza
cosa sappiamo della situazione: Vanni riporta quello che ha saputo dai
provinciali e Bruno Frate si gira, prende il mazzo delle chiavi dei suoi
magazzini aziendali e ci dice “Prendete quello che vi serve, queste sono le
chiavi. Per i furgoni mi basta sapere quando torneranno, così mi organizzo”.
Usciamo dalla sua casa colpitissimi per la sua immediata risposta e organizziamo
il prelievo di badili, piccoli, corde, attrezzi e tre furgoni con relativi
autisti, chiamati nella notte dal “padrone”. Altri furgoni con autista arrivano
dalla ditta EDILTRE, sempre con risposta immediata e senza alcuna forma di
autotutela: generosità pura, senza ombre.__________
E’ tempo di andare a casa e fare lo zaino personale. Alle 5 ci si ritrova
assonnati ma vivacissimi per l’adrenalina in corpo, si forma un convoglio di una
decina di furgoni cassonati e con cabina, tipici delle imprese di quel tempo.
Con noi diversi scout di altri gruppi, tra cui i trevigiani del Treviso 2, a
quel tempo ostinatamente autoisolati per non aver condiviso la formazione
dell’AGESCI: di fronte all’emergenza sociale, le differenze di posizione
venivano a cadere. Imbocchiamo la Pontebbana e il viaggio è tranquillo fino a
Pordenone: ricordo che il primo segno del sisma fu la facciata di alcuni
nuovissimi condomini a fronte strada che erano stati rivestiti di piastrelle
ceramiche di diversi colori. Le facciate erano attraversate da vistosissime
crepe nei rivestimenti e molte piastrelle erano “saltate” amplificando l’effetto
visivo della ferita sismica. La Pontebbana è interrotta da un posto di blocco
dei militari e dei carabinieri: non si può accedere alla zona terremotata senza
prima passare per un centro di coordinamento appena messo in piedi dalla Croce
Rossa Italiana in città. Ci sono centinaia di veicoli che si assiepano al posto
di blocco, la gente ha capito la gravità della situazione e sta rispondendo
d’istinto: camion di bottiglie d’acqua, furgoni di coperte e vestiti, ambulanze,
boy scout, pompieri volontari. In mezzo anche colonne di militari dei corpi più
diversi.
Trascorriamo diverse ore in attesa che Vanni Toffoletto e Marcello Zanatta,
aggregato in aiuto al nostro capogruppo ricevano i lasciapassare necessari e
l’indicazione di una destinazione operativa. Quando tornano hanno dei foglietti
quadrati di circa 20x20 cm con il simbolo della C.R.I e un piccolo timbro: li
dobbiamo attaccare al cristallo del furgone bene in vista e dobbiamo restare con
tutti i veicoli ravvicinati. Ci fanno passare e sembra che dobbiamo andare in
una località della pedemontana pordenonese, San Francesco. La viabilità è
problematica: mano a mano che ci inoltriamo nella zona colpita ci sono ostacoli
sulla strada, soprattutto nei centri abitati. Un po’ ovunque militari italiani e
americani incolonnati, qualche elicottero in aria. Cominciamo a vedere qualche
edificio crollato, qualche muretta rovesciata. Col progredire dell’evidenza dei
danni diventiamo silenziosi, colpitissimi dalla dimensione dell’accaduto. Non è
un’avventura come le altre, questa è una faccenda seria. Mi restano alcune poche
immagini impresse nella memoria, nello sconvolgimento emotivo del momento. Una
fra tutte: un vecchio seduto all’esterno di un portone, la casa è completamente
crollata ed è rimasto solo l’arco del portone. Ha preso una sedia, si è seduto
davanti ai resti della sua casa ed ascolta una radiolina di quelle in voga in
quegli anni. Ogni tanto si alza e con una matita fa dei segni sul portone, una
specie di contabilità nata dalle notizie trasmesse. Lo osservo durante una delle
numerose soste dell’autocolonna, quando si riparte lo vedo sfumare dietro di me
ma mi ha impressionato l’animo… e infatti dopo cinquant’anni è ancora qui con
me, seduto come allora. In un paese pedemontano il municipio è crollato
malamente ma un angolo è rimasto in precarissimo equilibrio, incombente sulla
strada principale. Non si può passare, dei pompieri messi a vigilanza bloccano
il traffico e ci dicono che le vibrazioni del traffico potrebbero farlo crollare
da un momento all’altro. Si è creato un tappo, nessuno riesce a passare oltre e
ad avvicinarsi alla zona maggiormente colpita, precisamente l’area di
Majano/Osoppo. Lunga sosta e poi sferragliando arriva un carro armato. Ha una
grossa lama montata sul davanti, tipo spazzaneve. Ruota la torretta
all’indietro, abbassa al massimo la canna del cannone, prende velocità ed entra
nel corpo dell’edificio in una colossale nuvola di polvere. Ci vuole del tempo
perché l’aria diventi un po’ trasparente e in quella specie di nebbiolina lo
rivedo uscire dalle macerie come un possente mostro preistorico, tutto
imbiancato e coperto di mattoni e di pietre. Riprende spazio a forza di cingoli
e con la lama spinge via dalla strada le macerie, riaprendo la via ai soccorsi.
Finalmente arriviamo nella località indicataci, ma neppure scendiamo. Scendono
solo Vanni e Marcello per constatare che si tratta di un gruppo di stalle tutte
crollate, con il bestiame morto mescolato alle macerie. Non c’è bisogno di noi,
qui. Non so per quali vie di comunicazione (credo succeda parlando con i vari
posti di blocco che incontriamo sulla strada, che cercano di filtrare e
orientare l’enorme e immediato afflusso di materiali e volontari), ma veniamo
dirottati sul paese di Vito d’Asio dove arriviamo in poco tempo. Sette le
vittime della prima scossa, tutte già estratte dalle macerie dai parenti e dai
vicini e in attesa di sepoltura.
Il paese giace su un declivio abbastanza ripido, tanto che l’unico spazio
pianeggiante è il campo da calcio a cui si accede dal centro di un tornante di
accesso al paese. Là si sono radunati i residenti, senza alcun riparo. Arriviamo
contemporaneamente ad un gruppo della Polizia di Stato su una fila di camionette
più grandi di una campagnola e più piccole di un camion militare. Nello spazio
al centro tra le due sedute sul cassone ci sono scudi in plexiglass, elmetti con
visiera antisommossa, manganelli… e alcune tende militari. I Celerini sono
disorientati quanto noi: sono addestrati a picchiare nelle manifestazioni di
allora, a caricare la folla, a controllare le piazze. Vanni e Marcello si
impongono verbalmente ai pochi ufficiali della Polizia e insieme definiscono le
priorietà: allestire delle tende, preparare qualcosa di caldo, scavare delle
latrine. Piantiamo tende quasi senza respirare, poi alcuni di noi si alternano
allo scavo delle latrine, altrimenti in breve tempo il circondario sarebbe stato
intransitabile. Il vantaggio della presenza dei Celerini (2° Gruppo Celere,
allora di stanza a Padova) è la disponibilità del contatto radio. Si cerca una
cucina da campo militare. La prima che arriva viene sganciata dal camion
militare in forte pendenza, sfugge ai soldati e dopo aver percorso un paio di
metri cozza contro una roccia sporgente, danneggiando il serbatoio della nafta e
rendendola inutilizzabile. Ci vuole qualche ora perché ne giunga una seconda e
siamo in tanti a tenerla ferma e a metterla in posizione, mentre uno di noi si
occupa dell’accensione. Sul tornante c’è un tizio esagitato che continua a
urlare in friulano “andate via, qui non c’è bisogno” ai camion che si fermano
per scaricare. E’ il Sindaco che non riesce a gestire emotivamente la
situazione. Vanni, Marcello e alcuni poliziotti si mettono a parlare con lui,
poi lo vediamo salire su un veicolo della Celere e partire. Non lo vedremo più
nei giorni successivi. E’ arrivata sera in un lampo, è quasi buio quando
montiamo la nostra Mottarone ai margini della spianata. Guardiamo i Celerini:
non hanno neppure il sacco a pelo, si adattano a delle buchette per terra e si
mettono a dormire rannicchiati così, esausti anche loro. Ricordo che li abbiamo
sentiti fare allegra confusione nel buio, ci siamo avvicinati e festeggiavano
senza alcunchè il compleanno di uno di loro che di cognome faceva Barone, lo
ricordo benissimo anche ora._____________
Stiamo per andare a letto ma ci chiamano perché viene attivata la vigilanza anti
sciacallaggio: il prete del paese, un poliziotto e un boyscout dovranno girare
di notte tra le case distrutte. Ci spiegano che il prete deve riconoscere se si
tratta di paesani, il poliziotto fa il pubblico ufficiale e il boyscout serve
quale testimone in caso di problemi. Tutto così, sommario e concordato sul posto
dalle persone coinvolte. Unico orizzonte il buonsenso e l’accettazione della
straordinarietà del momento.
Il giorno successivo arrivano delle tende donate da paesi stranieri. Da noi
scaricano un intero camion di tende militari russe o rumene o bulgare: le
scritte sono in cirillico, la forma è insolita… ci mettiamo parecchio a capire
come montarle. Alcuni di noi, tra i quali chi scrive, vengono portati con un
veicolo della Celere presso il locale cimitero per preparare le fosse per i
sette morti nella prima scossa. Ci vengono date delle maschere chirurgiche
imbevute di disinfettante e un poliziotto ci invita ad usare come tamponi
sovrapposti anche i nostri fazzolettoni da scout, imbevuti della medesima
sostanza. Ci proviamo con tanta buona volontà, ma la situazione è più forte dei
nostri stomaci: sono crollate le colombaie e le tombe di famiglia e tutto
intorno allo spazio dove dobbiamo scavare ci sono casse sfondate con resti umani
e vestiti che fuoriescono. Decidono che lo faranno i militari con indosso le
maschere antigas e noi veniamo ripartiti, alcuni a governare gli animali rimasti
in giro per le stalle non crollate, altri a collaborare con i pompieri nel
contrassegnare le case. Le mucche non sono munte da un paio di giorni e
muggiscono dolorosamente, le lettiere vanno rifatte, gli animali alimentati e
dissetati mentre i proprietari cercano di recuperare qualcosa di personale da
portare nelle tende.
Con i pompieri giriamo per il paese. Fanno una valutazione sommaria della
staticità degli edifici e ci dicono cosa scrivere all’esterno con delle
bombolette spray che hanno fornito: sì se si può provare ad entrare nella casa,
no se entrarci è troppo pericoloso. Si trattava di valutazioni frettolose e
sommarie, oggi si direbbe emergenziali, che però si scontravano con lo sguardo
delle donne e degli anziani che erano la maggioranza dei residenti. Nel Friuli
di quegli anni la prospettiva giovanile principale era l’emigrazione in altre
regioni o in altri stati, rimanevano solo i vecchi. Anche i pompieri sentivano
forte la pressione emotiva di quelle vecchiette che ci chiedevano di recuperare
cose semplici: una certa fotografia, il quaderno con i numeri di telefono dei
figli, lo scialle abbandonato in cucina. Quasi senza parlare abbiamo stabilito
che due persone sarebbero restate ad osservare la vasca della fontana in centro
al paese, per segnalare gridando la minima increspatura dell’acqua mentre gli
altri, con estrema prudenza, cercavano di recuperare gli oggetti richiesti.
Ricordo di essere entrato per una finestra e già con le gambe a ciondoloni verso
l’interno scoprire che le travi del solaio erano staccate di almeno 20 cm dal
muro, restando in precarissimo equilibrio solo perché ancora infisse al muro nel
lato opposto. Si faceva ciò che si poteva e spesso anche molto di più. Ogni
tanto quelli di guardia all’esterno gridavano a squarciagola “scossa, scossa” e
si saltava fuori alla velocità del fulmine. L’acqua della vasca era il nostro
sismografo di emergenza.______________________
Il bottegaio del paese aveva recuperato quello che poteva dal proprio magazzino
e lo aveva messo a disposizione nell’immediato. Con l’avvio della cucina
cominciavano ad arrivare grandi quantità di materiali e serviva una gestione e
una organizzazione dei magazzini, anch’essi ospitati sotto tendoni militari.
Dopo alcuni giorni si evidenziò la necessità di assorbenti: il materiale
richiesto via radio arrivava a camionate e non furono rari i casi in cui camion
di coperte e abiti usati, generosamente raccolti in tutti i paesi delle regioni
vicine, giravano senza meta da un paese all’altro cercando un posto dove
scaricare e tornare a casa. Anche gran parte del lavoro di valutazione e
immagazzinamento di ciò che arrivava era stato affidato a noi.
Il primo turno, quello accorso nell’immediatezza del sisma, durò 10 giorni o
dodici, non ricordo bene. Ricordo il rientro a casa e la visione dei servizi
giornalistici in tv, cosa che non era possibile nelle improvvisate tendopoli che
erano sprovviste di tutto. Ricordo che l’enfasi e la retorica dei giornalisti mi
infastidiva moltissimo perchè avevo sperimentato la grande semplicità dei
bisogni e delle richieste: nulla di epico, solo richieste di piccole cose e
piccole risposte possibili sul momento.
Sono ancora meravigliato, nell’iperconnettività odierna, di come le notizie
corressero di bocca in bocca con rapidità, giungendo ovunque. Come quando cadde
un elicottero canadese impegnato nei soccorsi e i 5/6 dell’equipaggio persero la
vita.
Siamo ritornati a fine maggio/inizio giugno per altri 15 giorni di servizio. La
situazione era più gestibile. C’erano dei militari in ogni tendopoli che
gestivano la mensa, coperta con una struttura provvisoria di tubi innocenti.
Ogni campo aveva un coordinamento e dei turni di lavoro strutturati, così come
erano maggiormente distinti i ruoli operativi: era cessato il moto spontaneo del
“diamoci una mano, facciamo insieme” e ciascuno faceva il suo. I volontari erano
più eterogenei, si andava dai gruppi parrocchiali alle sezioni CAI, dalle
squadre di partito ai dopolavoristi delle ferrovie. Tutti si mettevano a
disposizione ma c’era un embrione di coordinamento, così come strutturato dal
Commissario Governativo Zamberletti, l’uomo che inventò la protezione civile
italiana proprio a partire dall’esperienza del Friuli. _____________
Stavolta la squadra era guidata da Marco Menegazzo. Fummo destinati al campo
base di Resiutta ma il nostro luogo di lavoro era il paese di Dogna. Partivamo
all’alba sui camion dei pompieri di Bergamo che ci lasciavano a Dogna vicino
alla stazione e ci riprendevano alla sera. Dovevamo recuperare e mettere in
sicurezza gli archivi comunali, i materiali didattici della scuola, fare piccole
attività di animazione con i bambini. La nostra partecipazione era ulteriormente
evoluta. Ad esempio, non si doveva pesare sulle mense per i civili e siamo
partiti da casa con il necessario per nutrirci in modo indipendente. Qualcuno fu
applicato alla gestione dei magazzini vestiario, qualcuno al censimento dei
disabili in una vasta porzione di territorio, dotati di jeep con autista. Ci era
concesso l’accesso serale alle docce campali dell’esercito e ogni giorno Marco
partecipava alle riunioni di coordinamento e di debriefing, riportando il lavoro
svolto. Si capiva che c’era una regola, per quanto blanda fosse. A Dogna sono
legati i due ricordi più commoventi di quella esperienza.
Il primo riguarda il passaggio del primo treno sulla linea Udine-Tarvisio: erano
trascorso già più di un mese dal sisma e un piccolo convoglio tecnico a gasolio
provava a percorrere la strada ferrata per saggiarne lo stato dopo i lavori di
primissimo intervento. Il treno fischiava di continuo percorrendo la valle e
tutte le donne uscirono dalla tendopoli e si accalcarono lungo i binari, chi
piangendo, chi salutando, chi facendosi il segno della croce. Era una banalità,
erano solo due vagoni gialli che passavano fischiando… ma era il primo segno di
normalità in una terra sconvolta e so bene come anche a noi scappò qualche
lacrima di emozione.
Il secondo ricordo è quello più importante, quello che ho conservato con cura
per cinquant’anni, a volte mettendolo anche per iscritto.
Eravamo a Dogna e mangiavamo in disparte le nostre cose (carne simmenthal e
carne simmenthal) seduti sui binari, poco lontano dalla provvisoria mensa per i
civili. Il Friuli é piovoso, si sa, e noi appendevamo le nostre giacche a vento
sotto alla tettoia della cucina, avendolo prima chiesto ai militari in servizio.
Un giorno rientriamo dal lavoro stanchi e impolverati e andiamo a recuperare le
giacche. Ci accorgiamo subito che sono pesanti: dentro le tasche ci sono
tavolette di cioccolata dell’esercito, bustine di cordiale e qualche pacchetto
di sigarette. Pensiamo che sia uno scherzo dei ragazzini con cui giocavamo
qualche decina di minuti ogni giorno e decidiamo di andare a dirlo al
responsabile della cucina, un ragazzotto appena più grande di noi con una
stelletta sulle spalline. “Abbiamo trovato queste cose nelle nostre tasche, non
le abbiamo prese noi” ci giustifichiamo. Con aria tranquilla l’alpino sorride e
ci dice: “Ve le ho messe io, vi vedo sempre lavorare qui intorno e mangiare da
soli. Oggi è il due giugno, è la festa della Repubblica e dobbiamo festeggiare
tutti. Stiamo facendo un grande lavoro insieme, è giusto fare festa insieme”.
Per tutta la vita ho voluto bene a quell’alpino che con poche cose ci ha fatto
sentire utili, ci ha fatto sentire parte di una cosa vera, concreta, che
dipendeva anche da noi. Ecco, per me quella enorme e traumatica esperienza è
servita a capire da che parte stare, allora nell’emergenza e oggi nella
confusione ideologica che tutto vuole cambiare, pur di far proprio il massimo
del potere.
Ho citato solo alcuni nomi, i principali. Va resa giustizia alla storia
ricordando che Vanni Toffoletto, che era il nostro Capo Scout, si è reso
responsabile non solo della concretezza dell’intervento, ma anche del portare un
manipolo di minorenni o appena diciottenni in una situazione complicata anche
sul piano emotivo. Altre figure si sono affiancate a lui per sua richiesta ma
non avevano il peso della responsabilità plurima che gravava sulle sue spalle.
Il carattere gli ha impedito di prendersi vanto di quanto fatto, a differenza di
molti altri più avvezzi alla chiacchiera. Non cito cognomi e nomi dei componenti
del gruppo perché non vorrei, stante la mia situazione anagrafica, dimenticare
qualcuno senza volerlo. Metto solo alcuni soprannomi o similari, a conferma
della veridicità di quanto narrato: Beppino, Ivano, Paolo, Oli, Marchet, Basset,
Lampo eccetera eccetera.
Giovanni Callegari *
*( Estensore del primo piano comunale di protezione civile approvato dalla
Prefettura nei primi anni ’80;
già componente del comitato comunale di protezione civile nei medesimi anni;
già rappresentante dell’AGESCI nel comitato provinciale di protezione civile
presso la Prefettura di Treviso a inizio anni ’90).