Pierluigi Capuzzo geom.
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Vivere è diventato un esercizio burocratico
Ennio Flaiano
In allegato testimonianza scout di Padova intervenuto come VVF .
Secondo me ci sono delle affermazioni interessanti.
stefano
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6 maggio 1976
La chioma di un albero che ondeggia con violenza da un lato all’altro come se
soffiasse un vento fortissimo, in totale assenza di questo: è il mio ricordo
vivissimo della scossa delle 21:00 del 6 maggio 1976. Vivissimo come quello che
hanno tutti coloro che quel momento hanno vissuto: ognuno ricorda esattamente
dov’era e cosa stesse facendo. Un sisma di quel tipo è indimenticabile.
Io stavo andando all’oratorio dove era la sede del mio gruppo scout, e camminavo
per strada, solo. Quando tornai a casa, verso le 23.00, arrivò la chiamata
dell’amico della catena telefonica che avevamo istituito per gli avvisi di
emergenza, e questa volta non si trattava di un’esercitazione. Allora, i
telefonini erano considerati pura fantascienza. Anzi, proprio non erano
considerati.
Avrei dovuto presentarmi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Prato della Valle
a Padova -all’epoca risiedevano alla Loggia Amulea- quanto prima, con la mia
divisa e attrezzato di armi e bagagli. Armi, nel senso della nostra minima,
personale attrezzatura, ovviamente. Così avvenne. Credo che mi accompagnò mio
padre, in auto, ricordandomi che quello era l’anno
della mia maturità.
Il manipolo dei chiamati era discretamente nutrito: eravamo un piccolo nucleo di
protezione civile formato da rover di gruppi scout padovani che si esercitavano
tutti i sabati pomeriggio presso la suddetta caserma dei VVF. A quel tempo, la
Protezione Civile propriamente detta non esisteva: nacque proprio con quel grave
evento, grazie soprattutto all’iniziativa dell’allora ministro Zamberletti, che
ne fu il principale fautore.
Salimmo su un pullman e verso mattina arrivammo a Udine. Ricordo che piantammo
le nostre tende sul prato di un parco pubblico e da quel momento fummo a
disposizione di chi dirigeva le operazioni di soccorso. Non potei rimanere più
di qualche giorno, perché il mio esame di maturità incombeva, ma con gli altri
fui impiegato a estrarre poveri corpi (nessuno vivo), e ad aiutare la
popolazione fornendo coperte e aiuti vari.
Interi paesi erano crollati. Altri edifici, più moderni, si presentavano con
lesioni impossibili, di cui feci importante tesoro perché in futuro sarei
diventato un tecnico delle costruzioni e avrei esercitato la professione di
geometra per tutta la vita.
Negli anni dal 1978 al 1982, dopo la leva, all’epoca obbligatoria, tornai in
Friuli alle dipendenze di un’impresa edile e mi occupai della riparazione e
ricostruzione di decine di fabbricati.
All’esame di maturità, quell’anno, l’interrogazione di costruzioni fu
particolarmente significativa perché potei parlare del collasso di edifici che
avevo visto con i miei occhi e di situazioni che avevo vissuto.
Al mio ritorno a casa da quella primissima esperienza, per parecchi giorni
ricordo che non riuscii a sorridere. Era stato il mio primo contatto con la
morte, e hai un bel dire che quella fa parte della vita e te ne devi fare una
ragione: quando sei morto, e in quel modo, non ci sei più, e per un ragazzo di
quell’età è una cosa lontana, incomprensibile. Ti lascia un’aura cupa, una sorta
di presenza che aleggia, c’è, è quasi tangibile. Non sei più quello di prima.
Il nostro, il mio, intervento nel Friuli del terremoto ha segnato un momento
saliente nella mia formazione di ragazzo dell’epoca. Credo, peraltro, di non
essere l’unico a sentirla così. Ho ancora tanti amici che vissero quella cosa,
tra gli altri mio fratello minore stesso, e ho recentemente rivisto documenti
ufficiali del tempo che riportano i nostri nominativi: carte riemerse dopo
cinquant’anni, mezzo secolo. Ho così ricordato molte persone che non rivedo da
decenni e, leggendo quei timbri, che il gruppo si chiamava S.V.S.P.C.: Servizio
Volontario Scout Protezione Civile, constatando che, nel nostro piccolo, eravamo
organizzati molto bene e altrettanto attrezzati.
È stata una vicenda - non voglio chiamarla avventura, mi sembrerebbe riduttivo e
un po’ dissacrante- che anche oggi, a distanza di così lungo tempo, mi conferma
nella mia profonda convinzione, e che mi ha indotto a iscrivere anche le mie
figlie, oggi anche mamme: Scautismo, scuola di vita.
Pierluigi Capuzzo