Antonio Centomo <centomoantonio@gmail.com>
Allegati
gio 4 dic, 19:03 (22 ore fa)
a ufficiodocumentazione, cerchioscout

Buonaserata

sono Antonio Centomo un ex scout del gruppo Marano 1 (Vicenza), nel 1976
siamo intervenuti con alcuni del mio Clan, due giorni dopo il terremoto.

Vi allego un breve articolo che ho scritto per il libro del centenario
della fondazione del gruppo scout di Marano Vicentino. Sono i miei
ricordi, che sebbene siano passati 50 anni, sono ancora vivi per
l'intensità delle emozioni vissute in quei primi giorni.

Penso sia una buona cosa raccogliere i ricordi di come gli scout si sono
mossi in quella tragedia. Buon lavoro.

Un abbraccio e un buona strada

Antonio Centomo
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1976 Terremoto in Friuli
Giovedì 6 maggio 1976, alle ore 21, c’è stata la prima scossa di terremoto in Friuli. Noi eravamo in sede di clan che si trovava nel sottotetto della casa di proprietà della parrocchia, dietro la chiesa, dopo la farmacia di piazza Silva, prima del portico, lungo la strada che porta alle scuole elementari.
La scossa è stata forte e ha provocato un movimento dei travi e la caduta di tanta polvere. Noi siamo scesi velocemente in strada così come tanti abitanti di Marano. Comunque qui da noi nessuna conseguenza. Durante la notte e il mattino successivo hanno iniziato ad arrivare le prime notizie,
confermando che la scossa ha provocato parecchia distruzione e sicuramente parecchi morti nella zona di Udine. Il venerdì 7 maggio noi eravamo a scuola e nel frattempo l’AGESCI chiedeva volontari per la zona colpita. In quegli anni non c’era ancora la struttura nazionale della Protezione
Civile, e gli scout erano uno dei gruppi più strutturati per rispondere alle calamità.
Il pomeriggio del venerdì ci siamo velocemente organizzati e preparati per partire il giorno dopo.
Sabato mattina 8 maggio, prima dell’alba siamo partiti con il pulmino parrocchiale alla volta di Udine.
Il gruppo era composto da: Claudio Gasparin, Neno Sartore, Maurizio Ruaro, Riccardo Mantovani, Bruno Gasparin, Gianpaolo Dal Molin, Antonio Centomo, Giuliano Meneghini.
Non avevamo tante indicazioni se non un indirizzo del centro di coordinamento scout di Udine.
Giunti lì, c’era tanta confusione, ci hanno caricato dei sacchi pane e inviati ad Artegna.
Lungo la strada che da Udine porta ad Artegna, una delle zone più colpite,si vedeva un paesaggio spettrale fatto di case via via sempre più colpite.
Ad Artegna, il coordinamento locale degli scout ci ha dirottato a Montenars dicendoci, che avevano appena riaperto la strada e che lì non si era ancora iniziato a scavare.
Il primo impatto giunti a Montenars, nei pressi della scuola dell’infanzia sono state delle pile di casse da morto appena scaricate da un camion. Cosa che per noi, diciotto/ventenni ha fatto molta impressione e direi che ci ha bloccati. Sotto lo sprono di Caio e Neno, comunque ci siamo avviati
verso quello che restava del centro del paesetto, cumuli di macerie.
Chiediamo cosa possiamo fare. Qualcuno ci dice che sotto quel cumulo di macerie ci abitava una donna anziana di cui non si sa più nulla. Iniziamo così a spostare macerie; una casa a due piani accartocciata, due solai sovrapposti uno sopra all’altro. Si uniscono a noi altri volontari. Muro
pericolante alle spalle ma si scava. Ad un certo punto tra i resti di quella che era la camera da letto, nel cassetto di un comodino rotto, ci sono parecchi soldi. Una persona interviene dicendo che la casa è di una sua parente, prende i soldi e si allontana. Così è come me la ricordo io. E noi
continuiamo a spostare macerie. Giungiamo al piano terra e sotto a mattoni, cemento, legno intravediamo un corpo; si agisce con più cautela, il muro alle spalle pericolante; respira dice qualcuno, chiamiamo un medico e intanto continuiamo a fare spazio. Alla fine si riesce ad estrarre questa anziana ancora viva che viene subito portata via con un grosso elicottero svizzero. Non sappiamo il seguito, se la persona sia riuscita a sopravvivere, ma questo ha dato un senso alla nostra incoscienza giovanile di partire per quello che ci sembrava all’inizio un’avventura ma che ci ha messo nel giro di qualche ora difronte a una realtà più grande di noi. Rimane dentro di noi comunque la certezza che se non fossimo partiti quella persona non sarebbe stata trovata viva. Con questo spirito abbiamo continuato a lavorare.
Poco più avanti sul lato di una piccola collina si trovavano i resti di una abitazione. Una ruspa aveva appena aperto una strada. Ci hanno detto che anche lì abitava una persona anziana. Noi fiduciosi di trovarla ancora viva, abbiamo iniziato a spostare macerie. Ma dopo poco, purtroppo la triste
scoperta. L’anziana signora l’abbiamo trovata morta vicino alla porta d’entrata, colpita penso alla testa dall’architrave della porta, nel tentativo di uscire. Questa è la realtà con cui dovevamo confrontarci.
Ricordo i viveri K dell’esercito che abbiamo aiutato a scaricare dall’elicottero, la suora che voleva che ci disinfettassimo le mani in un bacile di alcool, la stanchezza e la tristezza negli occhi di tutti.
Nel tardo pomeriggio sono arrivate delle tende e siamo andati ad aiutare a montarle fino a tarda notte.
Non abbiamo montato le nostre tende, quella notte abbiamo dormito sotto un filare di viti all’aperto, e ricordo i piccoli boati di assestamento che venivano dalla terra, i coppi che cadevano dai muri e tetti pericolanti.
La mattina dopo abbiamo continuato a montare le tende per la popolazione fino a metà pomeriggio.
Poi abbiamo ripreso la strada del ritorno perché dovevamo ritornare a scuola il lunedì.
Nel ritorno ci siamo fermati a Casarsa della Delizia davanti alla caserma dove prestava il servizio militare Roberto Ferrari, per salutarlo. Erano in allarme e in preparativi per intervenire nelle zone terremotate e non volevano chiamarcelo, ma poi, forse impietositi da come eravamo ridotti hanno
fatto una eccezione e lo hanno lasciato uscire per 10 minuti fino al nostro furgone dove ci siamo salutati.
L’estate successiva al posto del classico campo mobile abbiamo scelto di fare un campo di lavoro in Friuli presso il campo base di Artegna.
Il lavoro consisteva nell’aiutare le singole famiglie nei vari lavori di sgombero e ripristino, costruire casette per i terremotati, aiutare a turno la preparazione di pasti per i volontari nel campo base.
Sono stati 15 giorni di lavoro e di scambio umano sia con la popolazione locale che con i volontari giunti da tutta Italia