Claudio Favaretto
Da Azimuth 3-2013
ESTOTE PARATI
Il 6 maggio del 1976, alle 21,06, un terribile terremoto colpì il Friuli.
L’impatto emotivo sulla nazione fu enorme, alla vista di interi paesi rasi al
suolo, con un impressionante numero di morti, in continuo drammatico aumento.
Come al solito, oltre alle forze preposte, molti volontari partirono da ogni
parte d’Italia. Anche numerosi Clan e Fuochi della nostra neonata Associazione
partirono per raggiungere le zone terremotate.
Io, Capo Clan, ero insegnante di liceo e non potevo abbandonare il posto di
lavoro nella parte conclusiva dell’anno scolastico. Perciò partimmo appena
liberi dagli impegni scolastici, attorno alla metà di giugno.
Ma io ero molto perplesso. Sapevo bene che tanti volontari erano più di
intralcio che di aiuto. Mi chiedevo in cosa saremmo potuti essere utili noi,
quindici ragazzi, privi di strumenti adatti a rimuovere macerie e inadatti a
intervenire in qualche modo su una popolazione smarrita e bisognosa di ogni
cosa. Devo dire che partii di malavoglia, senza farlo trasparire ai miei Rovers.
Ma l’“Estote parati” era pur sempre il nostro motto, per cui accettai la sfida.
I Clan e i Fuochi che ci avevano preceduto avevano svolto il loro servizio a
Vito d’Asio, un paese che non avevo neppure mai sentito nominare prima di
allora. Giungemmo nel tardo pomeriggio, dando il cambio a due Clan, uno di
Treviso ed uno di Roma.
Il paese era stato completamente distrutto per cui era stata allestita una
tendopoli su un prato fuori dal centro abitato. Nei pressi era stata edificata
una costruzione in legno che fungeva da cucina e da mensa per gli abitanti e per
coloro che lavoravano alla bonifica del sito. Erano presenti anche alcuni
soldati, comandati da un tenente, con compiti logistici. Ci era stato assegnato
uno spazio non lontano dalla tendopoli per piantare le nostre tendine, cosa che
facemmo, allestendo anche una sorta di cucina-soggiorno riparata da teli,
secondo tradizione. Poco lontano si era accampata anche una pattuglia di Scolte,
con la loro capo, che svolgevano il loro servizio contemporaneamente a noi.
La sera stava scendendo, gli altri Clan se n’erano andati e io mi interrogavo
sul significato della nostra presenza: mi sembrava che fossimo quasi degli
intrusi in un contesto già organizzato.
Cenammo in mensa, assieme a tante persone, per poi recarci a riposare, dopo
esserci messi d’accordo con il responsabile della tendopoli, un bravo e
simpatico giovane, tarchiato, cordiale e deciso, che il giorno seguente noi
saremmo stati disponibili alle richieste della gente, per servizi adatti alle
nostre capacità.
Infatti così avvenne. Su una parete della mensa fu posta una bacheca dove gli
abitanti che avevano bisogno di qualche lavoro scrivevano le loro necessità:
così, a gruppi, i Rovers si dedicarono ad ogni tipo di servizio.
Aiutammo a sistemare la legna, a rastrellare il fieno, a diradare piantine di
granoturco, a mettere in ordine masserizie, a raccogliere le immondizie.
Le Scolte, d’altra parte, distribuivano, a chi ne faceva richiesta, capi di
vestiario giunto da ogni parte d’Italia ed anche da diversi stati europei. Ma mi
restava un po’ l’amaro in bocca di sentirmi quasi di peso, perché anche noi
usavamo della mensa. Così decidemmo di cucinare per conto nostro: durò poco,
perché la signora che gestiva la mensa ci disse che la nostra presenza insieme
agli altri era non solo gradita, ma desiderata: non erano certamente i nostri
pasti a mettere in crisi la loro cucina.
Ciò mi fu di grande insegnamento. Perciò ritornammo a condividere i pasti con
tutti i paesani e i lavoranti con cui, un po’ alla volta, entrammo in relazione.
Gli abitanti erano con noi estremamente cordiali e grati dei piccoli servizi che
facevamo: avevano perso quasi tutto, ma erano così ospitali e generosi che ci
invitarono più di una volta a pranzo o a cena, a condividere quel poco che
avevano.
Una cosa veramente commovente ed educativa per il clan intero. Ma il vero
servizio, senza che lo cercassimo, si presentò sotto altra forma.
La sera dopo il nostro arrivo, improvvisammo un fuoco di bivacco tra di noi, per
concludere la giornata con qualche canto e la recita delle preghiere. Si unirono
quasi tutti i militari e qualche persona della tendopoli. La sera successiva
preparammo un cerchio con delle panchine per l’eventuale pubblico che difatti si
presentò in proporzione ben maggiore della sera precedente. La terza sera decisi
di non svolgere il fuoco di bivacco, per non dare l’impressione che fossimo dei
saltimbanchi. Ma mi pentii amaramente quando giunsero dei camion pieni di
soldati provenienti non so da dove: erano venuti proprio per stare insieme
attorno al fuoco e cantare in compagnia.
Dalla sera successiva la nostra giornata si concluse puntualmente con il fuoco
cui parteciparono sempre più persone: così dal tenente di Vito d’Asio si passò
al maggiore per finire al colonnello, giunto l’ultima sera con la moglie e un
numero enorme di soldati. Naturalmente ai canti dovemmo aggiungere giochi,
scherzi e ban. L’attesa era diventata così grande che alcuni soldati rinviarono
la loro licenza pur di restare fino alla fine della nostra settimana di
servizio.
La conclusione dell’ultimo fuoco fu veramente straordinaria: dopo le preghiere
recitate compostamente da tutti, cantammo il canto dell’addio e devo dire che la
commozione prese tutti. Eravamo andati per obbedienza a quell’“Estote parati”
che ci contraddistingue, e ci ritrovavamo con la consapevolezza di aver svolto
uno dei servizi più belli e nobili: aver fatto felici almeno per qualche ora,
persone o colpite dalla tragedia o inviate a svolgere impegnativi compiti.