da Claudio Oliani ITSteel oliani@itsteel.it tramite aruba.it
lun 15 dic, 17:30 (18 ore fa)
a cerchioscout, ufficiodocumentazione, AGESCI
Buongiorno, sono riuscito a recuperare un’altra memoria di quel terribile
periodo
e.mail 3:
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Il terremoto del Friuli
La sera del 6 maggio 1976 ero alla riunione di Noviziato, a casa del Maestro dei
Novizi – Capo Clan (in Noviziato eravamo solo tre). In un palazzo che da sul
corso principale, dove all’epoca passava ancora la statale. Quando sentimmo un
rombo sordo ed il tintinnare dei vetri pensai al passaggio di un camion (eravamo
a 200 km dall’epicentro), poi vedemmo ballare il lampadario e Fabio sentenziò:
“la scossetta del monte Baldo”. Tornato a casa, mia madre mi disse che alla
televisione avevano detto che il terremoto era stato in Friuli e che c’era anche
qualche morto.
Ci volle qualche giorno perché si comprendesse l’entità del disastro, in un
crescendo di notizie sulla vastità dei danni, il numero di vittime che sfiorò il
migliaio, la sofferenza della popolazione.
Del Gruppo si mobilitò subito la Comunità Capi attraverso le strutture
dell’Associazione, alcuni Capi andarono in missione già dopo pochi giorni o
settimane, nella fase dell’emergenza, quando ancora le scosse di assestamento
erano forti e frequenti.
A settembre, partì una seconda spedizione, in cui riuscii ad infilarmi
nonostante fossi ancora minorenne. Oltre ai Capi c’erano degli amici “visi
pallidi” aggregati. Ci muovemmo con un paio di automobili (fra cui una Lancia
grigia che faceva un figurone con il colore delle uniformi di allora …) ed
addirittura un pulmino carico di provviste ed attrezzature. Autosufficienti ed
operativi!
Al centro di coordinamento di Udine ci destinarono ad un paese remoto, di cui
non ricordo il nome, e visto che eravamo “superorganizzati” ci aggregarono un
gruppo di Mazzara del Vallo, che si era fatto il viaggio in treno in assetto
leggero “da hyke” (tende senza soprattetto perché, come diceva il loro Capo,
“sulle spalle ogni spillo spella”).
Fu un abbinamento riuscitissimo, fraternizzammo subito. Vivemmo e lavorammo
assieme benissimo. Al mattino ci dividevamo in piccoli gruppi misti, secondo gli
incarichi. Io partecipavo alla demolizione e sgombero macerie di una vecchia
casa che era stata recentemente ammodernata rifacendo le solette in
calcestruzzo, ma non i pilasti, per cui i piani erano venuti giù uno sull’altro
e bisognava spaccare il cemento a mazzate. La sera ci ritrovavamo al campo dove
facevamo cucina e bivacco in stile Scout. Vissi quell’esperienza come una
gioiosa avventura, mentre la tragedia che mi circondava rimase sullo sfondo, ora
me ne rendo ben conto, ma allora avevo 17 anni.
Da quel “campo” nacquero amicizie che durano tutt’ora, amori e matrimoni, sia
all’interno della pattuglia lombarda che con i fratelli siciliani.
Terminato il turno di servizio (una settimana, direi), ci fu chiesto se qualcuno
fosse disponibile per rimanere ancora un po’ (un’altra settimana?), ci fermammo
io ed Amedeo. Ricordo solo che alloggiavamo in un tendone militare enorme, solo
noi due. Una notte di diluvio (il Friuli già allora in settembre aveva clima
monsonico) si allagò ed in tutto quello spazio ci rifugiammo strettissimi
nell’unico rilievo 3x3 m rimasto asciutto.
Viaggio di ritorno in treno, come viatico un pacco argentato razione di
emergenza del Ministero degli Interni (quelle verdi della Difesa le avrei
gustate qualche anno dopo) ed il famoso adesivo blu “I scaut Furlans a ringrazin
di cur tud i fradis scaut che an dat une man a tirà sul el Friul”, che cercai
maldestramente di attaccare sullo zaino di canapa, distruggendolo in poco tempo.
Certamente fu molto di più quello che portai a casa che quello che riuscii a
lasciare là.
Airone dalle Mille Maschere
(Pietro Girardi)
Ci si vede nei boschi
Claudio