Aldo Greco - FSE - Roma
L'Associazione era stata appena costituita che avvenne il Terremoto del Friuli,
il 6 maggio 1976.
L'Associazione era stata realizzata da poco più di un pugno di Capi, e relativi
Gruppi, i quali, contro ogni ragionevole possibilità di riuscita, non erano però
stati fermati per questo ed avevano intrapreso, praticamente contro tutto, l'
avventura di fare scautismo cattolico. E dato che non era sufficiente quanto
lavorato per l'inizio della realizzazione, sentirono il dovere di dare una mano
agli sventurati friulani.
A Roma fu immediatamente fatta una raccolta di materiali e soldi.
Molto rapidamente fu raccolta una quantità di materiale che giunse ad Udine con
un C 130 dell'Aeronautica Militare.
In due Capi, Gianni Saponaro dell' ASCI Roma 19 ed io, e nessun altro, e
raggiungemmo Udine con un volo regolare. Il vettore era un Convair, da Ciampino,
gentilmente offertoci, dall' Itavia.
Ad Udine c'era ad attenderci un brillantissimo Capo, Toni Covacic, che ci portò
al Centro di Raccolta, presso l''Istituto Provinciale per l'infanzia, diretto da
... dal mio Phao quando ero entrato nei lupetti, a Roma. Incredibili le
coincidenze della vita !
Ricordo un gran movimento, camion che arrivavano, camion che partivano. A
mezzanotte, dopo circa 15 minuti che eravamo entrati nel sacco-letto per
meritato riposo, ci fu la chiamata per scaricare un Tir dalla Slovenia. Mai
immaginato quanto fosse immenso, di dentro, un Tir da scaricare.
Alle due, Toni, fresco come una rosa venne con una bottiglia di Grappa. Dopo due
ore di sonno, Sveglia! altri scarichi.
La mattina giri burocratici vari per Udine che ci apparve, dopo bicchiere di
grappa per colazione, molto ondeggiante.
Quindi Italicus e rientro a Roma.
Il 6 giugno partii, con 7 giovanissimi Rover mai visti prima, ricordo, tra
questi, Massimiliano Urbani e Giovanni Franchi purtroppo non altri nomi. A
mezzanotte, partenza per Udine, sempre su Italicus, al contrario di giorni
prima. Da Udine, l' E.I. ci portò a Vito d'Asio passando per paesi distrutti.
Simpatico ed operativo capo dell' Esercito dirigeva i soccorsi in zona. I
ragazzi furono distribuiti, dall'Autorità militare che era operativa sul posto,
in servizi vari, dall'assistenza domestica all'accatastamento legna da ardere,
al taglio del fieno e a cento altre cose. C'era una mensa dell'Esercito che ci
rifocillava. Tende Roma per dormire, Servizi igienici e doccia Esercito ben
funzionante.
Con i ragazzi ci vedevamo praticamente la sera, per un cerchio, punto della
situazione, commenti, preghiere. Il giorno i Rover erano affidati a Nico Pezzato
che era lì con rover di Treviso. Io ero stato subito destinato all'ambulatorio,
in tenda Roma, e ad interventi di ordine sia sanitario che igienico sul
territorio. Controllo viveri, cucine varie, ambulatori sparsi nelle frazioni,
controlli igienici sul viver civile, con frequenti situazioni pesanti, ecc.
Avevo una AR (jeep) a disposizione per questo con un autista simpatico e attivo.
Di ausilio sanitario e traduttrice (il friulano è lingua inarrivabile)
l'infermiera del Comune, terremotata anche lei.
In tutto questo incessante lavorìo, a Vito d'Asio, e nello specifico, nella sala
riunioni/mensa, realizzata dall'Esercito, ogni giorno arrivava qualcuno che
voleva sapere degli Scout d'Europa. Da Trieste, dalla Lombardia, da Udine, dal
Veneto. Persone interessate a questa 'cosa': cosa erano, chi erano, quante
migliaia erano, la Chiesa? l'OMS? Tizio che aveva detto? e Caio?
Capii che, oltre al Medico , al Sanitario modello NAS, dovevo fare anche il
Ministro degli Esteri di una Associazione che aveva 300 ragazzini e una dozzina
di Capi. Ma tanta voglia di esserci, esserci per indicare la direzione in un
mondo, e quello cattolico in specie, che stava abbandonando le posizioni e che
stava perdendo la bussola. Una goccia, come proprio compito ma ... diceva Madre
Teresa, l'oceano è fatto di infinite gocce.
Fu lì che Gruppi e Ceppi di Treviso iniziarono a considerare l'adesione alla
FSE. Ricordo che purtroppo mancai un incontro con le Capo di Treviso, l'AR era
pronta l'autista ben lieto di muoversi, ma ci fu un imprevisto sanitario.
Forse l'entusiasmo e la correttezza di quei ragazzi, forse l'entusiasmo nella
esposizione di argomenti, dettero il via ad una Associazione più ampia ma anche
più concreta, scout, cattolica.
Ci fu anche chi venne a filosofeggiare, chi non si sentì più Capo isolato con
branco di ragazzini che altrimenti sarebbero stati votati all'incertezza. Dopo 7
giorni si tornò a Roma. Per questo ritorno ricordo che raccolsi tutta
l'antipatia possibile dei ragazzi. Volevano restare lì: non so se per l'estate o
per la vita. Non fu facile, nel treno del rientro, il solito, abolito ora,
Italicus, far capire che ci sono tempi adatti per ogni cosa e anche le amicizie
nate con rover e scolte di Treviso avrebbero potuto avere altri modi per
proseguire, ci fu grande commozione ed abbracci, alla Stazione Termini, anche
volti e mani inumidite. Fu una grande e balla avventura. Fu una cosa ben fatta.
Ma non posso concludere qui. C'è un ricordo che mi ha seguito tutta la vita e
che mi ha fatto capire la rappresentazione del senso di una società, micro o,
cambiando le cose, macro, che sia.
Mentre tante persone cercavano di ridare una forma alla casa, alla stalla:
mentre si cercava di far riprendere a girare la ruota delle cose della vita, una
sera, una delle prime, un gruppo folto di uomini del posto si incontrò nella
mensa. Tra voci urlanti, bicchieri di vino, tanti, grappa, pacche sulle spalle,
manate, fu raggiunto un accordo e furono dati incarichi e reso spiegazioni. Di
che ? Assolutamente incomprensibile, il furlan. Poi tutti andarono via, con
passo deciso.
Il giorno dopo, tra tante necessità di vita corrente, apparvero travi, accette,
chiodi, corde. Un lavorìo faticoso e senza sosta. Sudore e vino. Mai capo
alzato.
Non si capiva cosa succedesse, cosa esistesse lavorando. Lavoro fino a tarda
arra, ultimo bicchiere di vino. Con un forte 'Mandi', tutti quegli uomini si
salutavano. E riapparivano all'alba del giorno dopo. Portentoso lavoro di
carpenteria, inesplicabile.
Forse una gru per le balle di fieno ? Boh! E poi, tra strilli, urla, risate,
richiami, gente che accorreva... : apparve la Campana. La Campana del campanile
crollato.
Con funi e sforzo da energumeni, finalmente la Campana fu issata sull'opera
misteriosa che era il campanile costruito con travi di legno. Urla di felicità.
Vito d' Asio avrebbe ancora avuto, per la Messa della domenica e per il rintocco
delle ore, la sua Campana, operativa. Quel rintocco di secoli. Quel cuore di
tutti, vivi e morti, che avrebbe sonato all'unisono celebrando sempre il senso
di una Comunità, vera, unita, nell'infinità della vita. Lì per lì sembrò
inopportuno tutto quel trascurare infiniti lavori indispensabili: poi, dopo
l'esser restati attoniti, si capì che lì c'era un paese, c'era la Fede, c'era il
senso della propria vita che si prolungava, dalle vite passate e si protendeva
verso quelle future.