Stefano Zanatta <essezanatta@gmail.com>
Allegati
14 apr 2026, 09:04 (1 giorno fa)
a Centro

ripropongo quanto già scritto 10 anni fa.

Fraterni Saluti

Franco Viotto
Import Export Consulting & Trade
Via Stefani, 10
35013 Cittadella (Pd) Italy
Cell. +39 335 234 236

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QUADERNO DI CACCIA di Artiglio d’Aquila
(Franco Viotto per i Visi Pallidi)
50ennio del Terremoto in Friuli

Quel giovedì sera del 6 maggio 1976 ero a casa con i miei genitori a Cittadella (Pd). Il gatto si stava leccando tranquillo su una finestra dello scantinato quando tutti gli scaffali cominciarono a scricchiolare e il pavimento ad ondeggiare e traballare. Il mio gatto continuava a leccarsi
tranquillo (!!) mentre io mi resi conto subito che era un forte terremoto.
Feci la rampa di scale in due salti e presi sotto braccio i miei genitori per portarli fuori.
Tutto il vicinato si era riversato in strada ma fortunatamente da noi c’era stato unicamente un grande spavento e solo qualche crepa sui muri
vecchi. Quando tornò la luce, dopo un’ora o più, apprendemmo dalla radio che invece, in Friuli, c’era stato un vero disastro.
Al tempo non c’era una protezione civile come quella che si intende oggi, istituita proprio dopo il terremoto del Friuli, tuttavia esisteva già una
Protezione Civile Scout, riconosciuta dal Ministero dell’Interno (se non ricordo male istituita subito dopo l’alluvione del 1966 – la divisa prevedeva tute grigie e caschetto bianco. In quegli anni infatti, non solo c’erano vere e proprie squadre di protezione civile scout (chiamate scherzosamente “i pompiscout”) ma, soprattutto, c’era una specie di patto non scritto per cui la società italiana faceva conto sulle associazioni scout come in grado di gestire, in modo autonomo e affidabile, le situazioni d’emergenza. Spostandoci un attimo dall’argomento principale, per fare un esempio, quando ero giovane rover (Clan Orsa Maggiore, Cittadella 1° ASCI), un medico dell’ospedale cittadino ci chiamò per “assistere un moribondo che non aveva parenti”. Il poveretto spirò verso mezzanotte dello stesso giorno, assistito dal quarto rover di turno.
Tornando a noi ed agli interventi scout a livello nazionale, io personalmente, anche se avevo solo tredici anni, ricordo il disastro del Vajont, l’alluvione del 1966 ed il terremoto in Irpinia del 1968.
In generale, era considerato quasi “ovvio” che, dopo militari e pompieri, i primi civili ad attivarsi fossero gli scout, forti del motto di BP, “Be Prepared”, poi tradotto in “Estore Parati” (ASCI e AGI) e “Sii Preparato” (CNGEI e AGESCI). In altri termini Baden Powell volle raccomandarci: “fai solo le cose che sei capace di fare, ma preparati accuratamente per farle bene”.
Ritornando al nostro racconto, noi capi del Cittadella 2° AGESCI contattammo subito la Prefettura di Padova per mettere a disposizione le nostre braccia. “Vi chiameremo noi” fu la risposta ...... ma, dopo mezzo secolo, stiamo ancora aspettando la telefonata.
Decidemmo comunque di partire e così caricammo la mia vecchia Ford Escort familiare, con tutto il materiale che pensammo necessario (guanti,
badili, accette, tendine, taniche di acqua, torce elettriche, caschetti, viveri ecc.). Partimmo verso le 21 del venerdì ed attorno a mezzanotte cominciammo a vedere i primi disastri. In alcuni casi gli edifici erano crollati in mezzo alla strada e bisognava aprirsi una pista nei campi circostanti. La radio aveva avvisato che tutto il territorio era presidiato dalle forze dell’ordine per prevenire l’accesso agli sciacalli. Arrivati verso le 2 di notte nei pressi dell’ospedale di San Daniele, ci avvicinammo ad una campagnola della Polizia e chiedemmo ai due agenti dove potevamo dare una mano. Ci fu indicato di andare al campo sportivo di Buja, anche se l’impressione fu che i due agenti non avessero la minima idea di cosa ci stessero a fare lì (e perché mai noi li avessimo svegliati).
Al campo sportivo fortunatamente l’illuminazione funzionava, ma tutto intorno c’erano un buio ed un silenzio spettrali. Da un camion militare alcuni soldati di leva stavano scaricando delle tende e così ci mettemmo a disposizione. Il sergente ci guardò male ma, visto che i suoi sottoposti acconsentivano senza ombra di dubbio, accettò, suo malgrado, il nostro aiuto.
Noi eravamo in cinque, quattro capi ed un rover (era la capienza massima della mia Ford Escort tre porte). Per la storia, e non per la gloria, la nostra pattuglia era formata da Giorgio Brotto, detto Joe, Paolo Bizzotto, detto Muffa, Roberto Zaniolo, detto ‘Merica, Paolo Bareggi, detto Jerry, ed il sottoscritto, Franco Viotto, detto anche Dottò Guarino. Il sergente cominciò a spiegarci le caratteristiche della tenda (tenda che tuttavia conoscevo dal 1960 e sotto la quale avevo passato la mia prima notte di campo – sempre sveglio – non solo per l’eccitazione della novità, ma
anche perché il “sacco a pelo” era quello che mio papà aveva usato in guerra ed era confezionato proprio con pellicce di capra che pizzicavano e
pungevano!!!!). Tra l’altro era giugno e, senza pigiama, i peli di capra pungevano ancora di più.
Questa tenda “someggiata”, che noi scout di Cittadella chiamavamo “la Balilla”, era a forma di circo, del peso di circa 200 kg., con 11 pali in legno
lunghi 2 metri e mezzo ed un palo centrale di quattro metri. Per inciso era lo stesso tipo di tenda sotto la quale mio padre dormiva quando era andato a conquistare l’Abissinia, nel 1935.
Come dicevo, tenda che conoscevamo bene e che, nelle gare in sede tra Cervi e Aquile, veniva piantata in meno di 5 minuti (non ricordo il record
ma i tempi erano buoni).
Fintanto che il sergente cercava di spiegarci che, prima di piantare la tenda, dovevamo stimarne la superfice con una fettuccia, la prima era già stata rizzata, poi una seconda, poi una terza. Ad un certo punto un soldatino di leva sbottò: “A sergé, lascimme fà ai boiscau che loro sono di mestiere”.
Alle 11 della mattina la tendopoli di Buja era stata completata (grazie anche a dei capi di Prato che nel frattempo si erano uniti a noi).
Il giorno dopo volò via cercando di ridurre il caos che regnava. Non c’era nessun coordinamento “ufficiale”, e un tecnico comunale (che noi chiamavamo “giacca rossa”) era l’unico che cercava di dare un po’ di indicazioni, ma veniva snobbato dai suoi concittadini che cercavano di salvare il salvabile. Infatti “l’ordine” era di concentrare la popolazione in un solo luogo, al campo sportivo, ma moltissime persone volevano restare vicino alle loro case per una serie di ovvi motivi, compresa spesso la necessità di accudire gli animali.
Vicino al campo sportivo di Buja c’era una scuola che aveva retto all’urto ed era pertanto stata designata come deposito per viveri e vestiti che fortunatamente stavano arrivando copiosamente. Ricordo una ragazza che approfittò subito dei vestiti perché, dal momento del terremoto, si
era potuta coprire solo con uno straccio attorno alla vita dato che, al crollo della sua casa, era scappata in mutande e a piedi scalzi (ma almeno
era viva anche se con vari ematomi sul volto). Oltre a noi scout, cominciavano ad arrivare anche molti volontari, alcuni singolarmente,
altri organizzati (c’era anche Autonomia Operaia, che rivendicava a gran voce il diritto di gestire “il proletariato”). C’era anche qualche sciacallo
che tenevamo accuratamente d’occhio: un paio di questi, che millantavano di volere “aiutare”, furono da me messi a scavare la buca per la latrina, ma dopo poco sparirono .... assieme ad una radiolina.
Come ho già detto, regnava parecchio caos, ma c’era un tizio che dava ordini a destra e a manca, ed i vari volontari, soprattutto le ragazze
addette alla selezione della roba in arrivo, obbedivano prontamente. Poi venne fuori che era un “matto” che stava avendo il suo momento di gloria
(oggi non sarebbe politicamente corretto dare del matto ad un matto, ma dato che mezzo secolo fa si diceva comunemente, mi limito a fare la
cronistoria). Per inciso, quando vennero gli infermieri a portarlo via, poiché io ero in divisa scout, gli dissero che io ero il pilota dell’elicottero e
che l’avrei accompagnato io in ospedale.
Preciso anche che non è assolutamente mia intenzione ridicolizzare questa persona, che anzi ci aveva messo tutta la sua buona volontà, ed il
termine “matto” va letto in modo del tutto affettuoso.
Il caos non era solo nelle zone terremotate, ma anche i media ci mettevano molto di suo. Le TV dicevano che mancava tutto, soprattutto latte. Il sabato notte venni chiamato da un capo perché era arrivato il latte: una autocisterna di decine di migliaia di litri che veniva da Verona e l’autista voleva sapere dove doveva scaricarlo (!!). Dovetti rimandarlo indietro così come era arrivato perché, ovviamente, non esisteva proprio nessuna possibilità di scaricare la cisterna (va tenuto conto che, nei primissimi momenti, non c’era proprio nulla di nulla, e certamente non c’erano contenitori per latte fresco).
Uso il termine “dovetti” perché mi trovai ad essere nominato “capocampo” senza saperlo e senza la possibilità di dire “Signore io non sono degno”. Infatti verso il pomeriggio di sabato, si presentò al campo un maresciallo dei Carabinieri e chiese: “chi comanda qui?”. Tutti guardarono me ...... “Gulp, Gulp, Gasp, Gasp”!!!
La domenica passò cercando di organizzare un po’ le cose. L’unica toilette disponibile per tutti gli sfollati era un gabbiotto alla turca ai limiti del
campo sportivo e così prendemmo l’iniziativa di forzare la porta della casetta adibita agli spogliatoi per avere qualche toilette in più.
Qui collego un episodio che ancora adesso mi fa tremare un po’ le gambe: decidemmo che dovevamo tenere le latrine il più possibile disinfettate e
così scendemmo giù in paese e ci dirigemmo verso la farmacia che era mezza diroccata. Il farmacista ci disse “prendete quello che volete ma io
non vi accompagno” (e aveva ragione). Infatti ci indirizzò al primo piano dove erano accatastati vari medicinali, solo che un muro maestro era
staccato di un buon mezzo metro dal pavimento e pendeva minacciosamente sulla strada. “Ovviamente” i disinfettanti erano vicino al vuoto. Con un bel po’ di tremarella, facendo catena umana (beata incoscienza) ci avvicinammo ad un cartone di Citrosil che riuscimmo poi a portare fuori. Disinfettare una latrina con il Citrosil non è il massimo, ma comunque il compito era assolto!
Altro breve aneddoto: dopo avere aiutato una coppia di anziani a tirare fuori qualche cosa dalle rovine della loro casa (qualche foto e non molto
altro), la donna aprì il fazzoletto dove teneva 10.000 lire che voleva darci.
Mi si strinse veramente il cuore! Questa donna non aveva più nulla (nulla) ma voleva pagarci per il disturbo .....
Intanto alla tendopoli cominciava ad affluire la popolazione, in primis quelli che avevano perso proprio tutto e si erano salvati solo con i vestiti
che avevano addosso. Ricordo che cercammo di approntare una branda per un’anziana. L’esercito aveva mandato una montagna di coperte che
tuttavia erano piene di naftalina. Non avevamo cuore di fare dormire questa minuscola vecchietta avvolta un coperte puzzolenti e così usammo come lenzuola delle tovaglie da altare (molto grandi, da altare maggiore, inamidate, piene di ricami e merletti). L’anziana dapprima fu un po’ perplessa, ma poi accettò, da noi convinta che Gesù sarebbe senz’altro stato d’accordo.
Nel pomeriggio di domenica, poco prima di avviarci verso casa, fummo chiamati, “noi che eravamo di mestiere”, per piantare una tenda vicino ad una casa colonica. Quella sì fu un’impresa perché era una tenda americana veramente strana, probabilmente progettata per essere usata come cucina da campo, con la parte anteriore molto grande ed il retro con una specie di ciminiera per fare uscire i vapori, tutto in un pezzo unico di 3-400 kg.  La studiammo un bel po’ prima di rizzarla (alla fine sarà stata alta 4-5 metri) ma poi ce la facemmo nonostante mancassero tutti i picchetti, che
costruimmo con delle grosse tavole, estratte dalla casa crollata, e le immancabili accette scout (compresa l’accetta canadese che, a 13 anni, i miei genitori mi regalarono quando divenni caposquadriglia delle Aquile).
La domenica sera rientrammo a casa, con non poche difficoltà, anche piscologiche, perché, per tutti noi, ci aspettava il lavoro il lunedì mattina.
Solo arrivati a casa ci rendemmo conto che non avevamo chiuso occhio per 48 ore.
In ogni caso l’emergenzissima era finita e si passava ora allo stadio successivo di emergenza “semplice”. Nei giorni e settimane successive si mosse mezza Italia per portare aiuto, non solo finanziario, ma anche concreto. Io presi una settimana di ferie e, un paio di giorni dopo, tornai in Friuli, questa volta a Montenars, assieme ad un capo ed una scolta.
Anche lì da fare ce ne fu parecchio ma i bravi friulani avevano superato il momento di shock e stavano risistemando tutto alla grande.
Cittadella, 27 gennaio 2026