Centro Studi e Documentazione Scout "Don Ugo De Lucchi"

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Giorgio Mantesso

Il ricordo passato ai quotidiani locali (comunicato stampa)

Ho conosciuto di persona Giorgio Mantesso di recente, per raccogliere la sua testimonianza sullo scautismo negli anni ’40 a Treviso.

 Giorgio Mantesso (classe 1926) appartiene a quel gruppo di persone che nell’immediato dopoguerra trevigiano, si attivarono per poter offrire una proposta educativa ed una speranza ai giovani trevigiani. Assieme a  mons. Luigi Sartori, parroco in S. Maria Maddalena, nel 1947 iniziò a radunare i ragazzi, per orientarli ad una vita onesta e civile, sottraendoli alla strada ed alla malavita locale. Con entusiasmo, Giorgio si mise all’opera per riaccendere lo scautismo, che in parrocchia aveva già operato prima della soppressione fascista.  Per l’approfondimento del metodo scout, fece riferimento alle riviste pubblicate dall’associazione scout francese. Mantesso le studiava per applicare gli insegnamenti ai ragazzi che, nel frattempo, aveva riuniti in un reparto scout. La sua testimonianza dei momenti concreti di vita scout, mi ha fatto pensare a quanto egli fosse determinato nel suo progetto. Per le tende, si rivolse all’Esercito Italiano, in fase di ricostituzione, andando a chiederle presso la caserma “T. Salsa” di S. Maria della Rovere. “Le due tende costavano parecchio, e ci furono cedute in cambio di 20 giorni di pulizia delle stalle dei muli dell’esercito”. Per le divise, Mantesso si mise in contatto con la moglie di un noto industriale, esponendole il suo progetto, ed ottenendo due intere e preziose pezze, da utilizzare per confezionare le divise. “Noi fornivamo la stoffa alle famiglie, e ci pensavano poi le madri a cucire i camiciotti ai loro ragazzi. Per le fibbie, mandai tre scouts in Selvana, nei pressi dello Scalo Motta, lo scalo ferroviario merci, che per tutta la durata della guerra era stato continuamente mitragliato dall’aviazione inglese. Qui, lungo la ferrovia i ragazzi raccoglievano i bossoli espulsi dalle mitraglie degli aerei, in bronzo. Mandai poi altri scouts in Pescheria, a raccogliere gli ossi di seppia scartati al mercato. Io, che avevo fatto per un breve periodo l’orefice, provvedevo a fare lo stampo delle fibbie sull’osso di seppia, e poi, fondendo i bossoli, realizzavo le nuove fibbie. Le famiglie mandavano i figli dagli scouts perché avevano capito che era un posto dove imparavano a comportarsi bene, ed a fare qualcosa di buono. Vedevano i ragazzi tornare a casa con dei lavoretti in legno fatti in sede e dicevano ‘el manco i impara un mestièr’.

Nei primi anni non c’era collegamento, se non sporadico, con le altre realtà scout della stessa zona. Mantesso proseguì la sua attività lavorativa recandosi anche all’estero, in Svizzera, dove rimase per due anni; al suo rientro però non proseguì con lo scautismo, rimase disponibile nell’insegnamento professionale per le giovani generazioni che si affacciavano alla vita.

 Roberto Pizzolato
Centro studi e documentazione scout “Don Ugo de Lucchi”
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